Crescere tra due culture: l’importanza di trovare la propria voce

La studentessa dell’Università di Wenzhou, Jessica Hu, ha incontrato i ragazzi cinesi della nostra scuola, condividendo con estrema onestà il suo percorso di rifiuto e riscoperta della propria identità.

Cosa significa crescere come “seconda generazione” in Italia? A questa domanda ha provato a rispondere Jessica, durante un seminario informale tenutosi nei giorni scorsi con gli alunni cinesi della nostra scuola. Jessica non ha tenuto una lezione accademica, ma ha scelto la via della vulnerabilità, condividendo una storia personale fatta di strappi e ricuciture.

Il racconto di Jessica è iniziato con una ferma ammissione di distacco dalle proprie origini:

“Ho raccontato loro di come avessi rifiutato completamente la mia identità cinese: avevo smesso del tutto di parlare la lingua. Ogni volta che i miei genitori mi parlavano in cinese, rispondevo solo in italiano. Era il mio modo di rifiutare la mia parte cinese.”

Questo silenzio è durato a lungo, portando con sé conseguenze concrete: “Non ho studiato né parlato cinese per almeno dieci anni. È stato un vero peccato, perché ho finito per dimenticare quasi tutto il cinese che conoscevo.”

La consapevolezza è cambiata solo alle soglie dell’età adulta, grazie all’incontro con la cultura attraverso il cinema.

“La mia mentalità è cambiata finalmente a 17 anni. Ho visto un film che mi ha cambiato la vita e mi ha fatto capire quanto la cultura cinese sia profondamente bella. Ho capito che la cultura cinese è molto più ampia dell’immagine ristretta, delle tradizioni e dei valori incarnati dai miei genitori.”

Tuttavia, il tentativo di recuperare ciò che era andato perduto è stato segnato da nuove difficoltà sociali: “Ho provato a studiare di nuovo il cinese a 17 anni, ma la scuola cinese del weekend a cui mi ero iscritta era per studenti che erano già madrelingua fluenti — e io non lo ero. Lì ho avuto un’altra brutta esperienza: gli altri ragazzi mi prendevano in giro perché avevo 18 anni e non sapevo ancora parlare bene il cinese.”

Nonostante i rimpianti, come quello di avere ancora “un accento italiano quando parlo cinese”, Jessica ha voluto trasmettere un messaggio di incoraggiamento e speranza ai ragazzi presenti:

“Ho detto a questi giovani studenti: non è mai troppo tardi per riconnettersi con le proprie radici. Non è un fallimento se vi siete allontanati dalla vostra eredità culturale quando eravate più piccoli. Anche se vi sentite più italiani che cinesi, o se fate fatica con l’italiano e vi sentite più legati alla vostra parte cinese — è sempre possibile riscoprire chi siete.”

Jessica ha poi sottolineato che la conoscenza delle lingue non è un obbligo scolastico, ma un’opportunità di vita: “Essere bilingui o multilingui porta vantaggi unici: ti permette di incontrare persone diverse, capire culture differenti, viaggiare e connetterti con il mondo in modi più profondi.”

L’incontro si è concluso con un momento di confronto su tre temi cruciali: le esperienze nelle scuole italiane, il rapporto con i genitori e le fatiche legate alle scuole cinesi del weekend. Jessica ha salutato gli studenti con un richiamo alla forza interiore:

“La resilienza conta. Non importa quante difficoltà tu debba affrontare, essere resilienti significa alzarsi ogni volta che si cade. Tutti meritano la felicità e un senso di appartenenza.”

È proprio in questo concetto di appartenenza che risiede il senso profondo della testimonianza di Jessica: una bussola per i giovani che, come lei, stanno cercando il proprio posto nel mondo tra due culture.

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